Walking (Social) Dead. Il limbo social, la tragedia della Chapecoense e la storia di Machado

Quanto successo il 28 novembre alla squadra brasiliana della Chapecoense scomparsa nel terribile incedente aereo sulle montagne colombiane è un lutto epocale nel senso che chiude l’epoca di una squadra e di una generazione di uomini.

Triste, drammatico, purtroppo, con i precedenti Torino (1949) e Manchester (1958), è un qualcosa che fa ancora più male se pensiamo, anche se è poco, alla stagione della Chape che stava andando a giocarsi la finale della Coppa Sud Americana a Medellin, contro l’Atletico National.

Questa è la lettura del lutto quella che ci fa leggere i fatti nella loro immediata relazione/reazione.

C’è poi un qualcosa di strano e straniante in tutto questo, qualcosa che si muove ad un secondo livello, non nel mondo analogico, bensì in quello digitale, o per meglio dire, in quello social.

Quello di Instagram, in particolare, si appresta a diventare una sorta di limbo dal momento che a poche ore dopo dalla tragedia si potevano ancora visualizzare i profili dei giocatori. Chi era certo di un futuro ricongiungimento con il proprio caro nell’aldilà non avrebbe immaginato (forse) di vederlo e risentirlo all’infinito proprio nell’attimo prima di scomparire.

Questo è quanto successo a Filipe Machado, difensore della Chape ed ex giocatore della Salernitana, che ha postato un video su Instagram poco prima della partenza dell’aereo verso Medellin. Nel video Machado scherza e ride con compagni e membri dello staff e questo, ad oggi, potremmo dire, è diventato il suo “testamento” al mondo social.

Ora i profili dei giocatori sono stati chiusi e su alcuni siti, ad esempio su transfermarkt.it, Machado risulta deceduto fermo restando che, facendo una ricerca trasversale, si può accedere al profilo Instagram dello stesso Machado. E questo è un qualcosa di avvilente, nel senso che si può scorrere la vita di una persona che non c’è più, guardarne i viaggi, le foto con la figlia, i pranzi con la moglie e le esultanze nello spogliatoio. Tutto questo come fosse un normale contatto della nostra lista.

Questo limbo “social” è qualcosa che in un certo senso era stato preconizzato dall’episodio Be Right Back (2013) nella seconda stagione delle serie Black Mirror, dove il defunto protagonista veniva ricostruito nel corpo grazie ad un avveniristico “manichino” e nella mente grazie ai social. Il protagonista, infatti, veniva settato nelle sue capacità cognitive proprio grazie ad una collazione di risposte e post presi da Facebook e dagli altri social.

La Digital After Life, ovvero il dopo di noi digitale, è un qualcosa che ha suscitato più di un interesse fictional in quanto, ad oggi, seppur in fase progettuale, è disponibile una piattaforma dal nome Eter9 che permette di creare una “counterpart” basata sulle nostre attività social la quale nel momento del nostro trapasso continuerà a commentare e interagire con i nostri contatti.

Cosa rimane di noi dopo i social? Dove resta ciò che lasciamo di noi on line? è possibile una vita social dopo la morte?

Nel caso dei giocatori della Chape, la risonanza dell’evento ha fatto sì che nel giro di pochi giorni i social a loro collegati venissero chiusi, ma cosa succede per tutte quelle persone “normali”?

Rimarrebbero forse un esercito di walking (social) dead?

In Matrix vigeva il motto “Se muori in Matrix muori nella realtà”. (If you die in the Matrix, you die in real life)

Era un film, ora e realtà.

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